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venerdì 1 novembre 2013

Diagnostichiamo la Gluten Sensitivity!


Come ribadito più volte, non esiste un test diagnostico in grado di dimostrare che un soggetto è sensibile al glutine.

Tuttavia, il problema c’è e non può essere ignorato: se ne sono accorti anche un gruppo di medici e studiosi, che hanno organizzato tra l’11 e il 12 febbraio 2011 a Londra la “First Consensus Conference on Gluten Sensitivity”. Nel corso di questa tempesta di cervelli è stato finalmente definito un algoritmo diagnostico (che trovate in testa all'articolo) in grado di individuare i soggetti affetti da Gluten Sensitivity

In breve, tale metodo si basa sull’esclusione della celiachia e dell’allergia al grano, che si manifestano con gli stessi sintomi della gluten sensitivity, ma possono avere conseguenze ben peggiori sulla nostra salute! Infine, come prova del 9, un miglioramento dei sintomi con una dieta priva di glutine accerta la gluten sensitivity.

Ma quali sono, innanzitutto, i sintomi che possono farci sospettare di avere un disturbo correlato all’assunzione di grano, orzo e affini?

Il sintomo più frequente è il dolore addominale, che insorge dopo l’assunzione di pasta, pane, dolci ecc. In alcuni casi, poi, possono manifestarsi eruzioni cutanee come sfoghi o eczemi. C’è chi soffre di emicrania , chi fa fatica a concentrarsi e chi si sente sempre stanco e privo di energie, fino ad arrivare alla depressione. I sintomi gastrointestinali sono tra i più vari: possono essere presenti nausea, vomito, diarrea alternata a stipsi, gonfiore e meteorismo.

In seguito, le percentuali con cui questi disturbi si manifestano:

Dolorabilità addominale
68%
Manifestazioni Cutanee
40%
Emicrania
35%
Annebbiamento Mentale
34%
Affaticamento Cronico
33%
Diarrea
33%
Gonfiore Addominale
25%
Depressione
22%
Anemia
20%
Lipotimia
20%
Nausea e Vomito
15%
Dolori Articolari
11%
Borborigmi
10%
Glossite
10%

(fonte: Dr Schär Institute)

Dunque, una volta che uno o più di questi sintomi ci hanno portato dal mesico, ecco come muoversi, passo dopo passo:

1)   Il primo step consiste nell’escludere l’allergia al grano. Ciò è possibile grazie all’esecuzione di test cutanei, che consistono nell’inoculazione intradermica delle sostanze che possono scatenare una reazione allergica. Il tutto viene eseguito in un ambulatorio, con personale medico e infermieristico pronto a intervenire in caso la reazione allergica sia talmente forte da portare a shock anafilattico.
Inoltre, vengono dosate le IgE sieriche per il grano. In parole povere, viene eseguito un prelievo di sangue e vengono contati, nel campione, gli anticorpi che si attivano in caso di reazioni allergiche, ovvero le IgE. Questi anticorpi sono specifici per allergene, poiché appartengono al sistema dell’immunità acquisita, e aumentano in caso di contatto con l’allergene stesso. Qualora il loro dosaggio sia sopra i range di normalità, ciò indica allergia.  

2)   I test allergologici sono negativi e le IgE sono perfettamente nella norma? E’ il momento di pensare alla celiachia: una malattia autoimmune dell'intestino tenue, che si verifica in individui di tutte le età, geneticamente predisposti, causata da una reazione alla gliadina, proteina del glutine, presente nel grano, nell’orzo e nella segale.
Per la diagnosi del Morbo Celiaco si esegue innanzitutto un prelievo di sangue, nel quale vengono ricercati degli specifici marcatori: l’anti-transglutaminasi tissutale (tTG) e l’anti endomisio (EMA). Qualora fossero positivi, si procede ad una gastroscopia, con biopsia dei villi intestinali. In pratica, viene prelevato un frammento delle unità funzionali all’assorbimento dei nutrienti nell’intestino. Se queste unità, i villi, si presentano danneggiate o atrofizzate si ha la conferma della diagnosi di celiachia.
Se invece i test su siero fossero negativi, si può considerare un caso di falsa negatività, poiché i markers anti-transglutaminasi tissutale (tTG) e anti endomisio (EMA) appartengono alla classe degli anticorpi IgA ed è stato dimostrato che una buona percentuale degli individui presenta una carenza di queste immunoglobuline. Per ovviare al problema, è possibile, con un ulteriore esame ematico, studiare l’assetto genetico della persona. Infatti, è possibile rintracciare in esso il “gene della celiachia”.

In ogni caso, è solo con la biopsia che si può avere l’assoluta certezza di essere affetti o meno dalla malattia. Vale la pena di ricordare che questo esame strumentale è utile solo se eseguito in un periodo in cui il soggetto assume alimenti contenenti glutine, per verificare i danni che da esso derivano. Ecco perché è importante non lanciarsi a casaccio in diete gluten free prima di aver approfondito la natura del proprio disturbo!

3)   Esclusa l’allergia al grano, esclusa la celiachia… Ma i sintomi rimangono! A questo punto è il momento di escludere dalla propria dieta agli alimenti contenenti glutine e dare il benvenuto a riso, mais, mais e riso e… Una quantità impensabile di surrogati! Se modificando la propria dieta si ha una regressione dei sintomi, fino alla totale scomparsa, ecco diagnosticata la Gluten Sensitivity!

Ci si cura con la dieta. Sembra che dopo un certo periodo di tempo di astensione dai farinacei sia possibile rieducare il nostro organismo ad assimilare le proteine costituenti il glutine, ma sulle modalità e i tempi con cui farlo… C’è ancora tanto da studiare!


State connessi!!

(foto: www.torrinomedica.it) 

venerdì 13 settembre 2013

Gluten Sensitivity: Malattia o Sintomo?


Da qualche giorno mi sto documentato sul confuso, ingarbugliato e inaffidabile mondo dei test per le intolleranze alimentari, per scrivere un nuovo articolo. Non avete idea di quanto sia complicato tentare di stilare una lista almeno vagamente completa dei centinaia di metodi messi a punto negli ultimi anni e stabilirne l’affidabilità! Appena mi sembrava di aver capito qualcosa e tentavo scrivere qualche riga, mi sorgevano nuovi dubbi e mi toccava ricominciare tutto da capo!!

 Così, nel corso dell’ennesima ricerca, mi sono imbattuta nel sito Albanesi.it, e, in particolare, in un articolo che mi ha lasciato piuttosto perplessa. L’articolo trattava le intolleranze alimentari o, meglio, l’inesistenza delle intolleranze alimentari. In un momento storico in cui sembra che chiunque conosca almeno una persona – dalla vicina di casa, al parente alla lontana – intollerante ad almeno un alimento – dal glutine ai pesci tropicali – , questa risulta essere una vera e propria voce controcorrente!

In breve, ecco la tesi proposta: le uniche intolleranze attualmente riconosciute scientificamente e validate da esami diagnostici specifici e totalmente affidabili, sono l’intolleranza al lattosio e la celiachia. Qualsiasi altro tipo di intolleranza sembra essere solo un sintomo, una manifestazione di una patologia o un malessere di base, che minano la cosiddetta buona qualità della vita. Ho letto molto spesso, con mia profonda sorpresa, che alcune malattie psichiatriche, come l’autismo, miglioravano sensibilmente togliendo il glutine dalla dieta del paziente. La teoria che propone l’articolo è opposta: è la patologia psichiatrica a causare l’intolleranza, non viceversa!

Senza arrivare a casi patologici davvero gravi, vi sono condizioni psicologiche più blande, come ansia, stress, lieve depressione che, senza richiedere necessariamente una terapia psichiatrica, possono innescare comunque una situazione di intolleranza, perché provocano un abbassamento delle difese immunitarie. Lo stesso meccanismo interessa stili di vita scorretti, come il sovrappeso o il sottopeso, la sedentarietà, il fumo…

Insomma, non abbiamo smesso di digerire il glutine perché siamo diventati intolleranti, ma perché siamo stressati, tristi, mangiamo male e raggiungiamo il nostro picco massimo di attività fisica saltando sul divano
Inevitabile, a questo punto, farsi un esame di coscienza… Sì, lo ammetto. Sono sempre arrabbiata, sono pigra e mangio…beh mangio! Dolci per lo più… Insomma, mi dichiaro colpevole. Ma qual è la conclusione? Diventando l’anello mancante tra un culturista e un maestro zen sarò in grado di mandare giù una teglia di lasagne intera come se fosse un bicchiere di acqua fresca?

 Ho deciso di chiederlo direttamente all’autore dell’articolo, mandando una mail per chiedere chiarimenti. In seguito, allego il testo e, ovviamente, vi aggiornerò sulla risposta, sperando che arrivi presto!


Bye-bye. Una golosa sedentaria pentita.


"Buon giorno,

sono un’aspirante infermiera di 21 anni a cui è stata diagnosticata la gluten sensitivity, ovvero un’intolleranza al glutine, sulla quale sto conducendo diverse ricerche e scrivendo un blog personale. Proprio nel corso di una delle mie ricerche, mi sono imbattuta nel vostro articolo in merito alle intolleranze alimentari (http://www.albanesi.it/Salute/intolleranze.htm). Ho trovato l’articolo molto interessante e Vi sarei grata se poteste darmi qualche informazione aggiuntiva.

Innanzitutto, mi trovate completamente d’accordo sulla scarsa (per non dire nulla) affidabilità dei test diagnostici più in voga al momento. Quando, circa 6 mesi fa, ho iniziato a presentare sintomi come forti dolori addominali, alterazione dell’alvo, nausea e vomito, ho seguito un percorso diagnostico classico: un pacchetto standard di esami del sangue con particolare attenzione alla funzionalità epatica, la ricerca degli anticorpi antigliadina  (quando era chiaro che il mio problema fosse legato a qualche fattore alimentare), che è risultata negativa, e, infine, il dosaggio delle IgG sieriche, specifiche per il glutine, che sono risultate essere positive e perfino a livelli piuttosto alti. Così, mi sono ritrovata ad escludere il glutine dalla mia alimentazione, non senza qualche errore dalle spiacevoli conseguenze. Ho condotto qualche ricerca sulle cause che portano a sviluppare l’intolleranza al glutine, che viene attribuita per lo più all’alto tasso di OGM e all’onnipresenza di glutine nella nostra alimentazione. Ammetto che questa tesi mi è sembrata piuttosto convincente. D’altronde, incolpare il sistema è decisamente più semplice che cercare in se stessi le responsabilità della propria salute.

Tuttavia, leggendo il Vostro articolo mi sono fatta un vero e proprio esame di coscienza. In effetti penso di potermi definire un po’ ansiosa e stressata (ma nella misura in cui lo sono tutti di questi tempi) non pratico sport e la mia alimentazione è quella di una studentessa ventenne: piuttosto sregolata!

Dunque, ciò che mi interessa sapere è se ritenete che un soggetto con un’intolleranza secondaria può “guarire” attenendosi ad una alimentazione impeccabile, praticando attività fisica e magari con la consulenza di un bravo psicologo? Se sì, ci sono ricerche che lo dimostrano?

Inoltre, secondo Voi è possibile avere un’intolleranza primaria al glutine, senza essere affetti da celiachia, ovvero, avere la Gluten Sensitivity? Qual è la Vostra opinione riguardo a questa intolleranza, che alcuni esperti ritengono interessare il 10% della popolazione, mentre altri la definiscono una psicosi collettiva?

Vi ringrazio anticipatamente per la risposta.
Cordiali Saluti"

(foto: www.essseresani.it)